Ogni Retail Director ha la sua lista. Alcuni ne hanno venti, altri tre. Io ne ho sette, e non li ho scelti tutti insieme: ci sono arrivato per esclusione, dopo anni passati a guardare numeri che sembravano fondamentali e che, alla prova dei fatti, spiegavano poco di quello che sarebbe successo la settimana dopo.

Questa è la mia lista oggi, con il perché di ognuno.

1. Sell-out vs. obiettivo settimanale di rete

Il numero zero da cui parto. Una sola percentuale, una sola riga: mi dice se stiamo onorando la promessa fatta al board a inizio mese. Lo guardo per primo, sempre nello stesso formato, sempre prima di tutto il resto. Sto a +5% o a -5% cambia il tono delle riunioni, l'urgenza delle azioni, la direzione delle conversazioni della giornata.

2. Distribuzione degli store per quadrante

Quanti store sono sopra obiettivo, quanti dentro una forchetta accettabile, quanti sotto. Una sola cifra a tre numeri. Il quadrante centrale è dove di solito si nasconde la verità: se è grande, la rete è prevedibile; se è piccolo, la rete è polarizzata — pochi top, molti store in difficoltà — ed è un sintomo che chiede attenzione strategica più che operativa.

3. Conversion di rete a 4 settimane

La conversion settimanale, per me, è rumore. Quella a quattro settimane è segnale. Se cala, ho probabilmente un problema di execution o di assortimento. Se sale ma il sell-out scende, ho un problema di traffico, e quindi di marketing o di location. Il rapporto fra conversion e traffico è il primo posto in cui guardo per capire se il problema è mio o di chi non è retail.

Insight

Credo che un KPI senza una finestra temporale sia un KPI mal usato. La domanda giusta non è "qual è la conversion?", è "qual è la conversion a quattro settimane mobili?". La differenza la senti nelle decisioni.

4. Sell-through delle nuove referenze (a 4 settimane)

Quanto sta vendendo ciò che è entrato in negozio nelle ultime quattro settimane. È il termometro più onesto della collezione: sotto una certa soglia il problema non è la rete, è il prodotto o come lo stiamo presentando. Se invece il sell-through è alto ma il sell-out totale cala, vuol dire che stiamo vendendo solo il nuovo e il vecchio è fermo: l'intervento va sul vecchio, non sul nuovo.

5. Costo del personale su fatturato (incidenza %)

Lo guardo a livello rete e a livello cluster. Quando si muove di più di mezzo punto vs. il trimestre precedente, mi fermo. Quasi sempre, dietro un movimento del personnel cost c'è una decisione presa due o tre mesi prima e di cui ci siamo dimenticati: un'apertura, una riduzione oraria, un'integrazione di organico fatta in fretta.

6. Top store / bottom store delta (intra-cluster)

Il delta tra il miglior store e il peggior store di un cluster comparabile: non i top e i bottom assoluti, troppo eterogenei, ma dentro lo stesso format e nella stessa zona. Quando il delta cresce, qualcosa si è rotto nello standard di rete; quando il delta si comprime, vuol dire che stiamo riuscendo a portare i deboli verso il centro — è uno dei segnali più sani che una rete possa dare.

7. Tempo medio in ruolo degli store manager

Il settimo, quello che mi ha richiesto più tempo per essere aggiunto alla lista. Quanti mesi, in media, i miei store manager sono nel loro ruolo attuale? Non da quanto lavorano in azienda — da quanto fanno quel negozio, da quel ruolo. È un KPI lento, si muove poco settimana su settimana, ma sul medio periodo è uno dei più predittivi che abbia trovato.

Se la media scende sotto i diciotto mesi, comincio a perdere execution. Uno store manager nei primi sei mesi è in apprendimento, nei mesi 6-18 inizia a produrre, oltre i 24 mesi è al picco. Se ho troppe persone nei primi sei mesi, i miei KPI operativi tra due mesi peggioreranno indipendentemente da tutto il resto. Lo so con dodici settimane di anticipo, e mi posso preparare.

Nessun report me lo dà di default. Me lo costruisco a parte, lo aggiorno manualmente una volta a trimestre, e lo guardo tutti i lunedì. È il KPI che, più di tutti, mi ha cambiato il modo di pianificare sostituzioni e promozioni interne.

Cosa NON è in questa lista

Per onestà, ecco cosa non guardo il lunedì mattina anche se molti colleghi sì.

  • UPT (units per transaction). Lo guardo mensilmente. A settimana, secondo me, fa solo rumore.
  • NPS / customer satisfaction. Lo guardo trimestralmente. Sotto quel ritmo non lo trovo azionabile a livello rete.
  • Stock cover. È un KPI di buying, non di retail operations. Lo discuto con merchandising, non lo metto nel mio cruscotto.
  • Numero di scontrini. È un derivato di traffico × conversion: se ho già le due cose, è ridondante.

Da portare a casa

  1. Sette KPI, non di più. Se ne aggiungi uno, toglierne un altro è quasi sempre la cosa giusta.
  2. Finestra a quattro settimane per i numeri sensibili al rumore: conversion, scontrino medio, sell-through.
  3. Distribuzione > classifica. La media nasconde, la distribuzione mostra.
  4. Il sell-through delle nuove referenze separa i problemi di rete dai problemi di collezione.
  5. Il tempo medio in ruolo degli store manager è uno dei KPI più predittivi che esistano. Vale la pena costruirselo a mano se serve.

Credo che i KPI servano a due cose soltanto: prevenire decisioni sbagliate e accelerare decisioni giuste. Sette è il massimo che riesco a tenere in testa la domenica sera, prima della call del lunedì. Tutto il resto può aspettare il report mensile.

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Rocco Mele
Rocco Mele

Head of Retail Operations Italia di Dan John. 25 anni nel retail tra OVS, Lotto Sport, Nike e Dan John. MVP EMEA 2020 Nike. Chi sono →